AGGIORNAMENTO CRITICO

Attività fisica e sessuale come trigger di eventi cardiovascolari: il “casual” non è più di moda?

L'attività fisica e sessuale casuale si associa ad un aumento del rischio di infarto

La foto di Marco Ambrosetti
Marco Ambrosetti
Cunardo (VA)

Praticare un regolare esercizio fisico comporta un miglioramento della prognosi cardiovascolare e costituisce uno dei principali messaggi educazionali in prevenzione primaria e secondaria. D’altro canto,  a tutti sarà capitato di vedere qualche paziente perplesso, timoroso di incorrere in un evento acuto a seguito di uno sforzo – o di una performance sessuale – particolarmente intensi. Un rischio assolutamente ragionevole, presente anche nella descrizione originale dell’infarto del miocardio esposta da Obraztsov e Strazhesko , i quali già nel 1910 sottolineavano il possibile ruolo precipitante di stress psicofisici [1]. Come orientarsi quindi nell’attribuzione all’attività fisica di effetti “cardioprotettivi” e “cardiotriggeranti”? Esistono evidenze definitive, basate su modalità di analisi statistica adeguate?

Dahabreh e Paulus [2] hanno recentemente condotto una meta-analisi degli studi case-crossover indaganti la relazione causale tra attività fisica/sessuale episodica ed eventi cardiaci acuti. La metodica di analisi case-crossover è particolarmente indicata per rispondere a tale quesito, poiché si basa sul confronto nello stesso soggetto tra periodi di esposizione al fattore in studio e periodi di non esposizione: in questo modo, essendo il paziente controllo di sé stesso, è possibile evitare i bias di selezione dei comuni studi caso-controllo con arruolamento di due popolazioni diverse. Al fine di valutare in condizioni reali l’effetto dell’esposizione sul rischio di sindrome coronarica acuta e morte cardiaca improvvisa, sono anche stati esclusi gli studi con disegno sperimentale o comunque con induzione attiva e preordinata. L’analisi è stata quindi condotta su 13 studi osservazionali comparsi in letteratura al febbraio 2011, per una popolazione di circa 5000 soggetti. Scorrendo le varie definizioni di attività fisica e sessuale episodica esposte nei vari studi, si può notare una discreta omogeneità: la prima viene generalmente identificata come un picco di esercizio ≥5-6 METs nelle due ore precedenti l’osservazione, versus l’abituale livello di attività nell’anno precedente, mentre la seconda viene categorizzata in termini dicotomici (si/no).

In linea generale, la singola esposizione all’attività fisica/sessuale è associata a un incrementato rischio di infarto del miocardio e morte improvvisa, con attribuzioni di rischio relativo compresi tra 2.70 e 4.98. Il rischio assoluto associato ad un’ora di attività fisica o sessuale addizionale alla settimana è compreso tra 2-3/10000 persone per anno per quanto riguarda l’infarto del miocardio e 1/10000 persone per anno per la morte improvvisa.

Dovremmo quindi studiare un “warning di nocività” per l’attività fisica (e sessuale!) analogamente a quanto avviene per i pacchetti delle sigarette, tipo “può provocare infarto” o “aumenta il rischio di morte”? Ovviamente no. Il messaggio fondamentale è che i sottogruppi di soggetti con più alti livelli di attività fisica abituale appaiono meno suscettibili all’effetto trigger della singola esposizione, con stime di rischio inferiori di 4-5 volte rispetto a coloro che non praticano con costanza tale attività. E’ quindi il livello di attività o di inattività abituale a pilotare maggiormente il rischio cardiovascolare: la singola esposizione allo “stressor” aumenta il rischio di eventi, ma questo è fisiologico ed è piuttosto da temere l’amplificazione del rischio nel caso di soggetti sedentari o poco inclini all’esercizio fisico. Evidenza - in definitiva - assolutamente compatibile con il ben documentato effetto benefico di un regolare esercizio fisico sulla salute cardiovascolare. Ma quanto regolare deve essere l’esercizio? E con quale intensità? Una risposta ci viene da un recentissimo studio pubblicato su Lancet [3], il quale ha dimostrato come anche bassi “volumi” di attività fisica (15 minuti per 6 giorni alla settimana) siano in grado di ridurre la mortalità per ogni causa (-14%) e da cause cardiovascolari (-20%). Naturalmente con una curva dose-risposta più favorevole per carichi maggiori, dato l’aumento di sopravvivenza del 4% per ogni incremento di attività fisica giornaliera di 15 minuti. Un dato importante per la conduzione dei nostri messaggi educazionali.

In conclusione anche poca attività fisica - purché regolare – aumenta la sopravvivenza, mentre l’episodica esposizione a stress fisici aumenta il rischio di eventi. Accogliamo comunque con un certo sollievo la mancanza di dati sufficienti per trasferire tali conclusioni dall’ambito dell’esercizio fisico a quello dell’attività sessuale: quest’ultima non pare infatti riconoscere meccanismi di dose-risposta e, al momento, non sono richieste tabelle di mantenimento da rispettare rigorosamente.

Bibliografia:

1. Obraztsov VP, Strazhesko ND. The symptomatology and diagnosis of coronary thrombosis. In: Vorobeva VA, Konchalovsky MP, eds. Works of the First Congress of Russian Therapists. 1910:26-43.
2. Dahabreh IJ, Paulus JK. Association of episodic physical and sexual activity with triggering of acute cardiac events. Sistematic review and meta-analysis. JAMA 2011; 305(12): 1225-1233 [http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21427375]
3. Wen CP, Man Wai JP, Tsai MK, et al. Minimum amount of physical activity for reduced mortality and extended life expectancy: a prospective cohort study. Lancet 2011; 378:1244-1253.
Inserisci qui sotto il tuo commento!

*Nome: *EMail:
Devi inserire tutti i dati richiesti per poter inviare il commento
Archivio